I social oggi sono un veicolo fondamentale per l’informazione globale. Non tutti, però, sanno ancora discernere tra fatti reali e fake news. Come fare, allora, per non cadere nelle “trappole” della disinformazione che ogni giorno ci si trova davanti?

Non è un segreto: negli ultimi 20 anni c’è stata una forte migrazione dal cartaceo all’online, con un importante cambiamento sia negli strumenti e nei supporti di produzione e fruizione di contenuti che di format. La comunicazione è diventata più veloce, ma con lei anche la disinformazione e la misinformazione, fenomeni che – con l’avanzare delle tecnologie e del predominio a livello globale di web e social – sono purtroppo diventate un pericolo concreto e quotidiano.

Secondo il 55° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2021, l’uso di internet e dei social da parte degli italiani si è intensificato in maniera esponenziale nel corso dell’ultimo biennio, con un’utenza che nel 2021 ha raggiunto l’83,5% e una differenza positiva di 4,2 punti percentuali rispetto al 2019. «L’impiego degli smartphone – si legge all’interno del Rapporto Censis – sale all’83,3% (+7,6%) e lievitano complessivamente al 76,6% gli utenti dei social network (+6,7%)».

Questo ha avuto luogo sia perché l’informazione online è più veloce e immediata rispetto a quella dei media tradizionali che in virtù, per l’appunto, in virtù del ruolo chiave ricoperto dai social in questo frangente.

I rischi dei social: disinformazione e misinformation

Nell’era di internet e dei social la disintermediazione (letteralmente «l’eliminazione di intermediari dalla catena distributiva o dal processo di acquisizione di beni o servizi, in modo che l’offerta e la domanda possano incontrarsi direttamente, senza la mediazione di importatori, distributori, grossisti, dettaglianti, agenti commerciali e simili») ogni filtro viene annullato, offrendo a tutti la possibilità di parola. Questo, però, amplifica in maniera esponenziale la possibilità di incappare in notizie fasulle, ingannevoli, amplificate o totalmente decontestualizzate.

Le principali insidie sottese all’utilizzo massivo dei social media in ambito comunicativo sono due: la disinformazione e la misinformazione (o misinformation).

Per “disinformazione” si intende la «diffusione intenzionale di notizie o informazioni inesatte o distorte allo scopo di influenzare le azioni e le scelte di qualcuno», ma anche la «mancanza o scarsità d’informazioni attendibili su un determinato argomento». La “misinformation”, invece, si riferisce a «qualunque informazione errata, anche se non fabbricata o trasmessa intenzionalmente» e, al contempo, anche a un «fare informazione sbagliata, errata, scorretta, distorta, falsa, disonesta, menzognera, cattiva». Va da sé che la disinformazione, dunque, possa essere considerata un vero e proprio sottoinsieme della misinformazione.

Ma come è possibile evitarle?

Proteggersi dalle fake news

Gli strumenti a nostra disposizione per poter identificare informazioni false o falsate sono, a loro volta, due: debunking e fact-checking. Per meglio comprendere la questione, potremo dire che il debunker è colui che «disvela le notizie false, che demistifica, disinganna, smaschera dicerie, bufale» a più livelli, mentre il fact-checking viene di norma utilizzato soprattutto nel settore giornalistico e riguarda la «verifica puntigliosa dei fatti e delle fonti per valutarne la fondatezza e autorevolezza».

Capire se è una fonte attendibile, confrontare più fonti d’informazione e punti di vista ufficiali, contestualizzare l’argomento, far caso che i media utilizzati (foto e video, ndr) siano originali, non modificati né presi e decontestualizzati da altre notizie o fatti. Nel mare di informazioni che ogni giorno ci arrivano addosso bisogna sempre e comunque avere la lucidità di discernere cosa è reale e cosa no, cosa è amplificato e cosa è attinente al fatto di cui stiamo leggendo. Pena la veridicità dell’informazione stessa e la veicolazione – inintenzionale e passiva, ma comunque fattuale – di notizie false o traviate.

Un caso contemporaneo: la guerra tra Russia e Ucraina

La crisi russo-ucraina ha avuto inizio nel febbraio del 2014. Il problema alla base del conflitto verte sullo status della Crimea, della regione del Donbass e sulla possibile adesione dell’Ucraina alla NATO. Le tensioni si sono riaccese nel corso delle ultime settimane, fino a culminare nella terribile guerra attualmente in corso.

In queste prime, tragiche settimane – prima di estrema tensione, ora di guerra vera e propria – i social hanno ricoperto un ruolo fondamentale. A partire dal 24 febbraio, oltre al conflitto vero e proprio, ha preso piede una vera e propria guerra social globale: da Facebook a Twitter, da TikTok a Instagram, da Telegram a Google e YouTube, le informazioni sono iniziate ad arrivare H24.

Media tradizionali, giornali web e siti d’informazione restano sullo sfondo: le notizie si diffondono in prima linea sui canali social. Almeno in Occidente.

La comunicazione in Russia: cosa si sa del conflitto?

La propaganda russa ha visto nel corso delle ultime settimane un accentuarsi della repressione verso la comunicazione che arriva oltre gli Urali, ma non solo. Dopo aver bloccato Facebook e Twitter, la Russia ha intensificato la propria repressione mediatica censurando le testate straniere, che pian piano hanno iniziato a portare via dal Paese i propri giornalisti. Chiuse anche alcune testate indipendenti russe, mentre diversi servizi mediatici e portali – tra cui TikTok – sono stati costretti ad autolimitarsi, onde evitare la stessa sorte.

In tutta risposta, Anonymous – dopo i ripetuti attacchi dei giorni scorsi alla Russia – ha dato vita a una nuova strategia mediatica per diffondere informazioni sull’invasione in Ucraina anche ai cittadini russi. Come? Attraverso gli sms. Il collettivo di hacker, infatti, ha lanciato il portale 1920.in, che permette di mandare sms a numeri di telefono russi, chiedendo loro di scrivere cosa sta succedendo in Ucraina. Al momento, secondo il profilo AnonymousUK2022, sono stati inviati 3 milioni di sms ai cittadini russi, su una popolazione di 100milioni di utenti che usano dispositivi mobili.

Tutto questo, però, ancora non basta. Immagini e video fake hanno ormai invaso la rete, con alcuni media addirittura riciclati da altri conflitti.

L’importanza del fact-checking

Il processo di selezione della notizia deve avvenire a più livelli. Come abbiamo avuto modo di vedere poc’anzi, il primo è fuor di dubbio rappresentato da coloro che la notizia la veicolano su larga scala: i giornalisti. Una prima selezione di utenti più attendibili e il primo passo, perché le fonti in casi come questi risultano oltremodo fondamentali anche per scremare contenuti “gonfiati” da fatti reali.

I primi a cui far riferimento sono senza dubbio i contatti in loco, ma – vista la situazione – è bene comunque prestare molta attenzione. Il fact-checking, inoltre, può essere fatto dai giornalisti anche a livello social, prediligendo informazioni derivanti da profili verificati e account istituzionali. Per quel che concerne materiale video e fotografico, invece, è necessario poter effettuare una prima analisi dei meta-dati, che ci permettono di capire dove e quando tali contenuti sono stati realizzati. Parallelamente, controllare che il materiale non sia già circolato in rete in altre circostanze e tempi risulta fondamentale per verificare l’attendibilità e la veridicità della notizia.

Come per content marketing, la comunicazione politica e istituzionale – a tutti i livelli – può incappare nelle fake news. In qualunque caso, fonti di prima mano, debunking e fact-checking sono i nostri migliori alleati per contrastarne la diffusione.